E io mi chiedo, senza retorica e senza slogan: che cosa stiamo davvero facendo per educare al rispetto?
Me lo chiedo come istituzione.
Me lo chiedo come cittadina.
Me lo chiedo come parte di una comunità.
Continuiamo ad assistere a episodi che ci scuotono nel profondo. L’accoltellamento tra giovanissimi a La Spezia, con la morte di un ragazzo. Un altro episodio grave in una scuola di Sora. E proprio in queste ore il femminicidio di Federica Torzullo, ad Anguillara Sabazia.
Fatti diversi, contesti diversi, ma un filo che li attraversa tutti: la fatica enorme che facciamo, come società, a trasmettere il valore della vita, dell’altro, del limite, della responsabilità, del rispetto appunto.
E allora mi fermo e mi interrogo.
Stiamo facendo abbastanza come istituzioni?
Stiamo dando strumenti veri alle scuole, o lasciamo che siano sempre sole?
Stiamo sostenendo davvero le famiglie?
Stiamo educando, o interveniamo solo dopo?
La sicurezza non può e non deve diventare terreno di scontro politico.
La sicurezza è un dovere dello Stato, certo.
Ma sicurezza non significa repressione: significa prevenzione, significa presenza, significa investimento educativo e culturale. Significa lavorare lì dove si formano i cittadini di domani.
Costruire cultura del rispetto vuol dire entrare nelle scuole in modo strutturale, con educazione affettiva, emotiva, relazionale.
Vuol dire insegnare ai ragazzi a riconoscere la rabbia, il fallimento, la frustrazione, senza trasformarli in violenza.
Vuol dire sostenere chi educa: insegnanti, genitori, educatori.
Vuol dire non avere paura di parlare di parità, di consenso, di responsabilità.
E vuol dire anche, come istituzioni, non cavalcare l’onda emotiva ogni volta che accade una tragedia in virtù del consenso, ma assumerci la responsabilità di chiederci cosa non ha funzionato e cosa possiamo fare meglio.
Il rispetto non è una parola astratta.
È una pratica quotidiana.
È una scelta politica nel senso più alto del termine.
È il fondamento di una società che voglia dirsi davvero sicura e davvero giusta.
Oggi è la Giornata del Rispetto: che non sia solo un giorno.
Che sia l’inizio di una domanda collettiva che non possiamo più permetterci di rimandare.